AGROPOLI

IL FIGLIO DEL GRANDE SCRITTORE NAPOLETANO GIUSEPPE MAROTTA VIVE AD AGROPOLI CLJO PROIETTI LO HA INCONTRATO

Luigi Marotta: «Mio padre Giuseppe che amava la scrittura e le donne»

Era l’ottobre di 55 anni fa e a Napoli moriva, scrivendo, il maestro dell’elzeviro. Firma dell’Europeo e del Corriere della Sera, ci lasciava Giuseppe Marotta , per eccesso di lavoro, forse, caffè e sigarette. Un irreversibile mal di testa si portò via il galantuomo degli umili e spense per sempre il Bepy dalla penna luminosa, dalla cui luce è nato un capolavoro italiano, “L’oro di Napoli”. Moriva così, il letturista del gas che da autodidatta era riuscito a farsi strada a Milano, partendo, poverissimo, ma con tanti sogni, dal basso di Sant’Agostino degli Scalzi, a Napoli, dal quale aveva saputo cogliere “poesia e non scarafaggi”. Il figlio Luigi, oggi ottantenne, vive ad Agropoli con la famiglia dal 1967 da quando ha lasciato Napoli per investire nel turismo dell’inesplorato, all’epoca, Cilento. Luigi ha raccontato suo padre. Una memoria straordinaria di “sogni, delusioni e sconfitte”.

Luigi, partiamo dal principio. Suo padre le ha mai raccontato della sua infanzia?

Sì, ed è stata molto difficile. Suo padre era un ricchissimo avvocato avellinese che si era ritrovato a vivere nel quartiere Sanità per aver sperperato tutto in donne, champagne e gioco. Quindi, mio padre è passato in un niente dal benessere alla miseria nera, ma la scrittura lo ha salvato fin da subito.

Che padre era?

Tra me e lui c’è stato sempre molto distacco fin dalla mia nascita. Io ero un timido, a differenza di mio fratello Giuseppe che ne combinava di ogni, per me mio padre era una figura ingombrante strappata alla famiglia dal suo lavoro incessante. Tuttavia, anche se distante, è stato per me un grande maestro di vita.

E come marito?

Era gelosissimo di mia madre Pia. Non era abituato al temperamento emancipato delle ragazze del Nord. Lui è stato un gran libertino ma mia madre ha gestito questa cosa con positiva ignoranza. A parte la parentesi di furente gelosia nei confronti della Loren. Milano lo aveva reso un dandy ma l’indole meridionale non è mai scomparsa. Molti pensano sia nato prima il Marotta narratore e poi il paroliere, è così? Mio padre era un artigiano della parola. La canzone è stato un amore incompreso, ahimè, dalla Napoli finta e buonista dei salotti altolocati. Si rifugiava nella musica nei momenti di tristezza, da quelli, però, sono nate poesie musicate come “Mare verde”.

Cosa ha ereditato da suo padre?

L’umorismo e il saper far ridere le donne ma anche gli acciacchi e la componente ansiosa.Cljo Proietti

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Sergio Vessicchio giornalista dal 1985 attivo per stampa televisiva,carta stampata,siti web,opinionista televisivo,presentatore,conduttore.