AGROPOLI

TEMPLI DI PAESTUM ABBANDONATI,MANCANO ANCHE I CARTELLI LUNGO IL PERCORSO

TEMPLI PAESTUMGià arrivando, la prima singolarità. L’ingresso è dal parcheggio di un ristorante, il «Nettuno», neanche male ad onor del vero: location suggestiva, tovagliato ricercato, ambienti ampi e luminosi. Ma da lì non si passa per un buffet a base di mozzarella di bufala nelle campagne di Capaccio. Da lì si entra nella verde e pietrosa piana degli scavi di Paestum, uno dei parchi archeologici più famosi al mondo, patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’Unesco, scrigno millenario di epoche e civiltà. Slalomeggiando fra comitive di tedeschi che parlano unicamente delle manone di Neuer e dei gol di Müller, si fa il biglietto. Dieci euro a cranio. Compreso quello del giornalista che, inibito dalla maestosità dei templi, rinuncia alla gratuità prevista dalle convenzioni professionali per il rispetto da portare a una poderosa camminata nella storia. Pesando valore e durata (tre ore) del tour, il prezzo è onesto. Include anche la visita al museo circostante, dov’è conservata la leggendaria Tomba del Tuffatore.

 INIZIO – Al botteghino si vendono a cinque euro le guide cartacee o si possono noleggiare, a sei euro, gli i-Pad con la app su Paestum e annessa voce narrante. Uno strumento addizionale a pagamento, anche se – viene riferito – lungo il percorso ogni pezzo dell’antica città greca e poi romana è corredato dalla presenza di pannelli illustrativi in due lingue (italiano e inglese). Il viaggio comincia. E lo stupore cresce, pure nel constatare che attorno alla Basilica e nei paraggi del Comitium, a ridosso del tempio di Poseidone o nei dintorni dello smisurato Foro, non si avvisti nemmeno una carta per terra. Tutto maniacalmente pulito, di una dirittura ginervina, nota medaglia portata sempre al collo dalle genti salernitane. Ma i pannelli? Ah, sì, eccone uno, accostato al Sacellum, la costruzione consacrata a una personalità eroica. Leggiamo. Anzi no, nì, si leggono appena due righe, quasi niente, il sole ha martellato il velo di plastica a copertura del grande foglio, dentro si è infilata dell’acqua che agevola il deterioramento. Forse era preferibile acquistare la guida. «Però ancora cinque euro no…», commenta di fianco un’infastidita studentessa dell’università di Bologna. Lamentele pleonastiche. Meglio spostarsi dalle parti del tempio di Cerere, opera di una bellezza talmente imponente da rischiare la sindrome di Stendhal, gioiello di architettura e geometria difeso da una staccionata sghemba, divelta in mezzo, che per scavalcarla non ci sarebbe neanche bisogno di un atletico salto alla Nino Castelnuovo, l’attore protagonista di una memorabile pubblicità anni ‘80 dell’Olio Cuore. C’è il pannello, comunque. Solo che, come gli altri quindici o probabilmente più disseminati all’interno dell’immenso parco archeologico, risulta indecifrabile.

CALVARIO – Senza andar troppo per poesia, la prosa è che pochissimi di essi assolvono alla funzione di accompagnamento del visitatore. Nel primo la carta è strapazzata al punto da somigliare a un malconcio reperto, nel secondo la protezione strinata appanna lo scritto, sul terzo la guaina scanala fuori dal suo perimetro, il quarto è una cornice di ruggine, un quinto è sparito lasciando vedova la base in ferro. Tutti così. Ammaccati, segnati, asportati. E, infine, incomprensibili. Inutili. Uno schiaffo all’ambizione di sapere del turista che, magari giovane (e l’altro giorno a Paestum i ragazzi erano centinaia), centellina le spese della vacanza e si trattiene dal comperare una guida, di carta o virtuale che sia. A meno che, per risparmiare ulteriormente, non ricorra all’espediente di qualche “anziano” che attraverso il cancello a sud-est, nei paraggi della palazzina con le toilette, approfitta dell’assenza di vigilanti per incunearsi a costo zero nell’area degli scavi nonostante un cartello, con toni minacciosi, inviti a non avvicinarsi a quella porta se non si è muniti di biglietto. Vien da chiedersi se il problema sia a monte o a valle. Se sia legittimo addossare alla sola Soprintendenza dei beni archeologici di Salerno, Avellino, Caserta e Benevento – che si occupa del Parco di Paestum per conto del Ministero dei Beni Culturali – la mancanza di controlli o se alcuni vizietti, collegiali a italiani e stranieri, resistano a qualunque forma di intimidazione. Come per i pannelli mozzi e non sostituiti, però, basterebbero interventi costanti, una manciata di soldi e un minimo di attenzione per non lasciare nella bocca del visitatore il retrogusto amaro dell’incuria, di una sciatteria non giustificabile. Lo stesso museo, per esempio. Fantastico, dotato di apparecchiature persino avveniristiche, concepito con maestria e generosità. Le note sotto ciascun ritrovamento abbondano, spiegano, insegnano. E gli schermi espositivi, ai lati della Tomba del Tuffatore, valgono quanto una lezione all’università. Ma le pareti con l’intonaco mangiato, al secondo piano e sulla scala che conduce alla sezione romana, sono brutte da vedere e difficili da accettare. L’ennesima di tante piccole pecche che, raggruppate, danno di Paestum un’immagine che i suoi tesori tirati a lucido non meriterebbero.