EDITORIALE

FOIBE: I MORTI DIMENTICATI. 10 FEBBRAIO GIORNO DELLA MEMORIA. LA STRAGE COMUNISTA DEGLI INNOCENTI Di Giovanni Coscia

Trieste e Fiume, verso le otto del mattino, 3 maggio 1945, uomini armati fino ai denti, duri nel volto, con la STELLA ROSSA impressa sul berretto, occupano le vie d’entrata della città. Su Fiume l’alba si era annunciata, ma con la premessa di un sole assassino. Un addio – e per sempre – alla gioia della primavera là dove le viole sbocciano nei prati e le rose selvatiche fra le piante rampicanti dei giardini; nel mare non una vela, una rete gettata nelle acque, l’onda si perde sulla riva fra il rovinio del molo e le gru abbattute e solo i gabbiani volano fra le macerie alla ricerca di una sosta negata; le strade deserte le porte sbarrate le persiane serrate, come d’inverno quando il vento soffia rigido e porta con sé pensieri e malinconie, negozi vuoti e muti. E’ solo l’attesa di una tragedia annunciata.   Arrivano i portatori di pace. A breve distanza si intravedono gli uomini, (si fa per dire) del maresciallo  Joseph Broz, detto Tito. Alle dieci, dalla collina, scende una lunga fila di uomini ma soprattutto  animali. Silenziosi, arroganti nell’aspetto e pur spauriti di fronte ai simboli semplici e sconosciuti della città, quel fregio sulla facciata il davanzale di ferro battuto le verande le vie ordinate con i marciapiedi allineati. Sono a Basovizza. Occupano un corpo, uno scheletro, un fantasma, lacerano la sua carne per strapparne l’anima a loro estranea e non la trovano. Essa, di nobile fattura italiana, s’è nascosta e partecipe dell’esodo di trecentoventi mila istriani e dalmati, ovvero Italiani puri. I comunisti scendono con le bandiere rosse con i barattoli di vernice a scrivere sui muri l’effimero trionfo; si insediano in caserme abbandonate i sediziosi comunisti titini e  preparano liste di espulsione, nel mentre affilano i coltelli per la pulizia etnica. Gli ordini sono chiari, la ferocia è innata, con ogni mezzo eliminare le tracce secolari della presenza italiana. E il via alla  mattanza ha inizio la notte stessa. Per tre giorni consecutivi finché saranno i loro stessi comandanti a decretare venia.  E, nonostante l’istituzione del ‘Giorno del Ricordo (10 febbraio) su Foibe ed esodo, poco s’è dato a misura del cambiamento. Del resto non esiste una memoria unitaria e condivisa – non può esserci e, aggiungo, è bene che ciò sia così. Se i vivi non furono uguali, con le loro emozioni e i sentimenti e le ragioni; i morti non sono da meno. Si può, questo sì, chiedere rispetto… ma finché gli attori da strapazzo e i ciarlatani imbelli, trovano nella vanità di indecenti e servili intellettuali sponda per imbellettare il grugno e lustrare patacche, la storia, il senso di appartenenza e la militanza (termine ormai desueto) finiranno nel trogolo dei cattivi pensieri e dove  ogni giorno era ‘il giorno della memoria’ – e, in ‘casa nostra’ ci basta scorrere le pagine di Facebook per incontrare miserevoli connubi, trovate di accatto all’ombra di simboli a noi cari. Tanto basta, per ora.  Quando i titini entrano in Fiume, Vito Butti, comandante della stazione di Fiume e padre di 4 figli, si trova in casa con loro. Qualcuno bussa alla porta e l’avverte che i partigiani stanno portando via i giovani finanzieri della stazione di Borgomarina. Non vi sono esitazioni, non un moto di incertezza il pensiero fugace di nascondersi salvare la pelle. Chiede alla moglie di portargli l’uniforme d’ordinanza, che lei stessa gli ha cucito, l’indossa, abbraccia la moglie ed esclama: “Non posso lasciare soli i miei ragazzi!’. Va come si recasse ad una cerimonia, una parata. Lo ritroveranno, giorni dopo, denudato ed il corpo torturato. Un tipo umano, il senso del dovere, un ‘regnicolo’ (era nato in Romagna) venuto al di là dell’Adriatico, in terra d’Istria in terra d’Italia. Il 10 febbraio, il paese, non può,  non deve e non vuole ricordare. Un paese che di Vito Butti non sa che farsene, meglio dimenticare… Meglio nascondere o dimenticare quei 320mila italiani, pronti al ritorno nella loro patria Italia. Ma i comunisti titini, non hanno concesso loro, il rimpatrio. Eppure nulla avevano a che vedere co fascismo e con quelle leggi. Ma è un eccidio comunista che la storia, quella di oggi, nasconde a mestiere e a dovere. Quei morti, considerato l’attuale regime, hanno lasciato il posto, loro malgrado, al Festival di Sanremo. E chissà perché non si anticipa l’inutile manifestazione canora italica. Ancora i TG parlano di Shoah, nonostante gli infoibati. Dimenticavo, sono morti di serie B. Ma forse per gli italiani addomesticati, è’ meglio accendere la televisione: c’è San scemo! Vero?Giovanni Coscia

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Sergio Vessicchio giornalista dal 1985 attivo per stampa televisiva,carta stampata,siti web,opinionista televisivo,presentatore,conduttore.