Dieci anni fa il dramma della nave da crociera portata da Francesco Schettino al naufragio sugli scogli del Giglio. La storia di un’incredibile imprudenza per costò la vita a 32 persone

Il 13 Gennaio 2012 alle 21.45 una crociera si trasforma in dramma. La nave Costa Concordia partita da Civitavecchia alle 18.57, all’altezza del promontorio dell’Argentario, abbandona la rotta per Savona e punta verso l’Isola del Giglio. Il suo comandante, Francesco Schettino, vuole fare “l’inchino” davanti alle case di Giglio Porto. Il mondo intero impara all’improvviso  un termine conosciuto fino a quel momento con un altro significato. Per inchino si intende, da allora, anche quella manovra utilizzata per portare la nave più possibile vicina alla costa, in modo da salutare chi si trova sulla terraferma. Non era una consuetudine, ma in certe occasioni accadeva di farla. E quella notte, l’occasione, secondo quanto testimoniato dal comandante Schettino, era omaggiare il maitre di bordo Antonello Tievoli, di origini gigliesi, il quale aveva parte della sua famiglia proprio sull’isola in questione. Alle 21.37 Schettino arriva in plancia ed assume il comando dicendo

I TAKE THE CONN

Da le indicazioni al timoniere su rotta e velocità da tenere. Così la nave prosegue con barra a 290 gradi, ossia 42 gradi a Nord 10 gradi ad Est, alla velocità di 15 o 16 nodi. Mantiene questa andatura sostenuta fin sotto costa. Schettino è al cellulare. Sta raccontando in diretta al suo maestro, l’ex comandante Mario Terenzio Palombo, la sua manovra spericolata e dice che avrebbe fatto una salva di fischi e salutato tutti. In plancia c’è confusione. Vi si trovano persone che, invece, non dovrebbero trovarsi lì e cioè Antonello Tievoli, il commissario di bordo Manrico Gianpedroni e la hostess moldava Domnica Cermotan. Alle 21.44 la Costa Concordia è a soli 160 metri dalla costa. Schettino ordina di mandare tutto a dritta il timone, e, cioè, a destra, per allontanarsi dagli scogli ed, in rapida successione, chiede altri aggiustamenti di rotta per avitare di sbandare con manovre troppo brusche. Evidentemente si è reso conto di aver osato troppo e di essere in pericolo. Il timoniere indonesiano Rusli Bin capisce, però male l’ultima indicazione e ruota il timone di 20 gradi in senso opposto. Si tratta dell’errore fatale di una condotta della nave già, oltremodo, rischiosa. Alle 21.47 il lato sinistra della Costa Concordia colpisce uno degli scogli affioranti de “Le Scole”. Si sente un boato. Nel ristorante, dove molti passeggeri sono ancora nel mezzo della cena, volano piatti e bicchieri. L’impatto provoca uno squarcio di 70 metri di lunghezza e si crea una falla così grande che potrebbe contenere, i abbondanza, la Torre di Pisa. Francesco Schettino si dispera, ma la catena degli errori non si ferma. Nei secondi appena successivi all’impatto, a bordo scattano tutti gli allarmi di avaria, tra i quali anche quelli delle pompe dei timoni e dei motori. Schettino dirà una frase rivelatrice, captata dalle registrazioni della scatola nera:

MADONNA, CH’AGGIO CUMBINATO

L’acqua entra all’interno dello squarcio e fa saltare i quadri elettrici. Avviene il primo blackout. Il comandante ordina di ridurre la velocità, ma i comandi sono, ormai, fuori uso. Il primo ufficiale Giovanni Iaccarino comunica che il comparto motori è allagato, i generatori sono allagati e sono allagati anche i quadri di trasmissione elettrica. Alle 21.49 Schettino si informa anche dal direttore di macchina Giuseppe Pilon e chiede in che condizioni sia la sala motori. Vuole sapere se anche lì c’è acqua. L’ufficiale risponde che ce n’è e non si può scendere. E subito dopo Schettino chiede che, se non ha capito male, stanno andando a fondo. Pilon gli risponde che l’acqua ha raggiunto anche l’officina. Era penetrata fino al ponte zero, posto ad un primo livello, rispetto agli altri imponenti 14 ponti della nave. Lì, però, si trovava tutta la parte meccanica della Costa Concordia, che è ingovernabile. Prosegue la sua corsa contro il proprio abbrivio ed il timone resta bloccato a 35 gradi a destra. Sfila davanti al porto e continua verso nord nord-est, perdendo via via velocità. Sono passati quindici minuti e tutto farebbe pensare che sia ormai chiara la situazione. E’ necessario dare il comando di abbandonare la nave. Ma così non accade. Anzi, l’ordine del comandante all’equipaggio è perentorio e lui dichiara di limitarsi a dire che c’è solo un blackout. Intanto, alle 21.57, Schettino chiama per la prima volta il responsabile dell’unità di crisi di Costa Crociere, Roberto Ferrarini, gli racconta cosa è accaduto e lo rassicura sul fatto la galleggiabilità non è compromessa. Alle 22.14 circa la Costa Concordia cambia direzione, ruotando di quasi 180 gradi. Anzichè puntare il mare aperto, ritorna la prua verso la costa, con la velocità ridotta ad un nodo. Si tratta del momento di svolta per una tragedia che poteva contare un numero di vittime assai maggiore. Schettino cercherà di sostenere che la nave era sotto il so controllo, ma la commissione di periti ritiene più plausibile un’altra ricostruzione. Fu l’invtervento del vento che soffiava da Nord-Est sulla fiancata, il grecale, assieme alle correnti marine ed al movimento interno della massa d’acqua penetrata nella nave, a realizzare il miracolo ed a spingere la Costa Concordia verso terra. Non solo. Alle 22.24 la nave, fino a quel momento sbandata sul lato di sinistra cambia improvvisamente orientamento e si inclina bruscamente sul lato di dritta, scarrocciando verso gli scogli di Punta Gabbianara. Roberto Bosio, comandante in seconda della Costa Concordia grida

PLEASE KEEP CALM, ABANDON THE SHIP

Alle 22.33 e 40 secondi viene lanciato il segnale d’emergenza, composto da sette fischi brevi ed uno lungo. Dieci minuti dopo viene impartita l’istruzione di indossare i giubbotti salvagente, ma non tutti ce li hanno. Molti passeggeri si spingono per riuscire a salire sulle lance di salvataggio. E’ il caos. Alcuni scivolano in mare e vengono risucchiati dai vortici di acqua gelida che si formano intorno alla nave. Alle 22.50 inizia l’operazione di ammaino delle scialuppe di salvataggio, ma molte di queste ultime sono inutilizzabili perché si affacciano su un lato della nave ormai troppo inclinato. Si capisce subito che le oltre quattromila persone a bordo non potranno essere salvate sulle poche imbarcazioni ancora disponibili. La testimonianza resa dal vicecomandante della Costa Concordia Ciro Ambrosio fotografa quei drammatici momenti, nei quali egli dichiara che i passeggeri, colti dal panico, si buttavano sulle lance in maniera disordinata. Si verificavano scene di panico di tutti i generi: alcuni, proprio tra i passeggeri, malmenavano i membri dell’equipaggio che impedivano l’accesso alle lance. A mezzanotte la Costa Concordia si piega definitivamente sugli scogli. C’è chi tenta di salvarsi tuffandosi in mare sul lato di destra, vi sono anche dei terrorizzati a bordo. E risulta trovarsi passeggeri che trovano il modo di calarsi attraverso una scala d’emergenza in corda, una biscaggina, a poppa. Dopo mezz’ora la Capitaneria di Porto di Livorno contatta al cellulare il comandante Schettino che riferisce di trovarsi a bordo di una lancia di salvataggio e di seguire i soccorsi dal mare, ma è evasivo sul numero dei passeggeri ancora da salvare. In qualche modo le sue risposte non convincono chi sta gestendo i soccorsi dalla sala operativa di Livorno, ossia il capitano di fregata Gregorio Maria De Falco. All’1.46 ci sarà la drammatica telefonata tra De Falco e Schettino, nella quale viene ordinato a quest’ultimo di non indugiare oltremodo e di ritornare a bordo a coordinare i soccorsi. La comunicazione termina con la celebre frase

SALGA A BORDO, CAZZO

I numeri delle persone da salvare parlano da soli, ossia 4229 persone di cui 19 adulti bisosognosi di assistenza e 252 bambini, tra i quali 52 di età inferiore ai 3 anni. Alle 2.30 il pattugliatore della Guardia di Finanza segnala che a bordo ci sono ancora 200 persone. Schettino si trova già in salvo a terra da circa un’ora. L’ultimo naufrago della Costa Concordia viene trovato dai soccorritori e fatto sbarcare alle 5.27 di mattina. Non si ha ancora consapevolezza del numero complessivo delle vittime e dei dispersi. L’ultimo ad essere salvato è il commissario di bordo Manrico Giampedroni, ritrovato con l’acqua che gli lambiva il petto ed una gamba fratturata, all’interno della cabina 8303, dopo 36 ore dall’incidente. Era rimasto a bordo fino alla fine, nel tentativo di salvare le persone bloccate sul ponte 3. Il bilancio finale della tragedia della Costa Concordia sarà di 32 vittime ed oltre 150 feriti. Tre persone, in quella tragica notte del 13 gennaio 2012, assurgono al ruolo di protagonisti indiscussi della vicenda. Il primo di essi è proprio il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino, al quale si contrappone  un altro comandante, il capitano di fregata Gregorio Maria De Falco, della Capitaneria di Porto di Livorno. E poi lei, la hostess moldava, Domenica Cermotan, la quale si trovava sulla plancia di comando. E’ su di lei che hanno gravato per diversi mesi, più a torto che a ragione, i sospetti di essere stata la causa scatenante dell’incidente. Proviamo un po’ a vedere chi erano, come ci sono stati raccontati  e chi sono oggi, a dieci anni dal disastro, i tre protagonisti. Cominciamo da Francesco Schettino che era in Costa Crociere dal 2002 e ricopriva il ruolo di comandante dal 2006. Aveva dunque già sei anni di esperienza alle spalle per la conduzione di grandi navi da crociera. Poco dopo aver colpito lo scoglio de Le Scole, chiama la moglie al telefono e le confida che la sua carriera di comandante è finita. Circondato fin da subito dal cordone di sicurezza dei legali della compagnia armatrice, ridurrà al minimo le sue dichiarazioni pubbliche. Quando esce dal carcere il 17 gennaio, una volta finito lo stato di fermo, raggiunge la sua abitazione di Meta di Sorrento ed è costretto ad entrare da un ingresso di servizio, allo scopo di evitare le decine di giornalisti che lo attendono davanti alla porta principale. Rimane chiuso là dentro, agli arresti domiciliari. Il giornalista Marco Imarisio del Corriere della Sera riporta un retroscena familiare di quei giorni di tensione. La figlia di Schettino Rossella di 15 anni rifiuta di andare a scuola, oppressa dal peso di quel cognome, diventato sinonimo di vergogna. Oggi, che di anni ne ha 25, la ragazza difende il padre e ritiene ingiusto che sia stato l’unico a pagare. Tramite i social, si batte per dimostrare la presunta esistenza di altri responsabili e dichiara che suo padre  è rimasto solo fin dal primo momento in plancia. L’intero bridge team è mancato al suo ruolo. Di diverso avviso sarà il giudice che guida il processo di primo grado. Di recente, proprio il giudice, ha dichiarato al quotidiano La Nazione che fu un processo difficile ed emozionante. E la sentenza, visti anche i successivi gradi di giudizio, fu perfetta. L’ex comandante Francesco Schettino, ha oggi 61 anni e da oltre 4 anni e mezzo è detenuto nel nuovo complesso del carcere di Rebibbia a seguito della condanna a 16 anni inflittagli per le seguenti accuse: omicidio colposo plurimo, lesioni colpose plurime, abbandono della nave e false comunicazioni. A maggio di quest’anno, avrà scontato un terzo della pena e potrà pertanto chiedere di essere ammesso alle misure alternative al carcere. Dalle pagine de La Stampa, Schettino spiega di attendere la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per la revisione del processo. Ritiene di essere vittima di un processo mediatico prima ancora che giudiziario. In carcere, a detta del cappellano, sembra essere un detenuto modello, gentile e rispettoso di tutti. Segue due corsi universitari, si dedica allo sport ed attende gli incontri con la figlia. Gregorio Maria De Falco, classe 1965, nato Napoli e laureato in Giurisprudenza a Milano, ha cominciato la sua carriera all’Accademia navale di Livorno. Dopo aver girato mezza Italia, da Mazara del Vallo a Genova, diventa capo della sezione operativa della Capitaneria di Poeto di Livorno. All’1.46 della notte del 13 gennaio 2012, avviene la telefonata che lo ha reso celebre in tutta Italia e non solo. Si scontrano due comandanti, due marinai nati nella stessa regione italiana, cioè in Campania, ma diversi in tutto. Questo disse nel corso di quella concitata conversazione

VADA A BORDO, CAZZO

al comandante  in fuga Francesco Schettino. La telefonata, pubblicata dal giornalista Simone Innocenti sul sito del Corriere Fiorentino, in un battibaleno fece il giro del mondo. Tutti si riconobbero in De Falco ed in quel suo scatto d’ira così umano e lontano da quel linguaggio che sarebbe dovuto così formale tra pari grado. Molti apprezzarono la fermezza ed il coraggio col quale aveva affrontato chi sembrava volesse scappare dalle proprie responsabilità. Quella telefonata era, in realtà, una delle sei comunicazioni che i due si scambieranno in quella notte. De Falco racconta così quella sua reazione e dichiara che aveva capito che Schettino aveva minimizzato e ritardato la dichiarazione di nave in pericolo. La tragedia è nata lì, si persero 45-50 minuti preziosi. Nell’ultima frase, quando gli intima di tornare a bordo, esisteva la certezza che si sarebbe potuto salvare qualcuno, compreso Schettino nella sua funzione di comando. Oggi De falco ha lasciato la Marina per dedicarsi alla politica. Nel 2018 è stato eletto nelle file del Movimento Cinque Stelle, partito dal quale poi è uscito. Attualmente è un senatore della Repubblica Italiana. Passiamo ora a descrivere Domnica Cermotan, classe 1987, moldava di Chisinau, bionda, anzi biondissima. Aveva 25 anni nel 2012, un passato da ballerina, poi era stata studentessa all’università. Aveva una bambina di tre anni, che rimase però nel paese d’origine insieme alla nonna, per consentirle di lavorare sulla Costa Concordia. Successivamente, si sarebbe potuta prendere una breve vacanza proprio a bordo di quella nave. Fin da subito ha insospettito il fatto che fosse salita sul ponte di comando per assistere all’inchino. Anzi, la prima ipotesi è che quella manovra volesse essere proprio un omaggio nei suoi confronti, un gesto galante del comandante per farle ammirare l’isola e mostrarle il suo talento e la sua destrezza. Dopo l’incidente, Domnica ammetterà la relazione col comandante, che lei aveva negato in un primo tempo eed al settimanale Oggi, in un’intervista esclusiva rilasciata il 13 marzo 2012, dichiarerà che quella storia, se così la vogliamo chiamare, era durata solo un paio di settimane. Amante le era sembrata una parola grossa. Ha nascosto la relazione con Schettino  per poi proteggere se stessa, la sua vita privata ed anche quella del comandante. I due si erano conosciuti durante la crociera precedente, quando lei era salita a bordo il 9 dicembre 2011 ed era poi scesa il 28. Aveva ricoperto il ruolo di hostess per i passeggeri russi ed aveva dichiarato che quando a bordo è presente un determinato numero di passeggeri, tutti della stessa nazionalità, il comandante li riunisce in una sala della nave e li accoglie con un messaggio di benvenuto. I russi erano sempre parecchi, ne erano presenti almeno un centinaio per ogni crociera. Schettino non parlava russo ed era lei a preparargli il testo da leggere in pubblico. Andava trascritto dall’alfabeto cirillico a quello latino tenendo conto della fonetica. Quel 13 gennaio Domnica era salita a bordo per prendersi una vacanza. Aveva comprato un regolare biglietto assieme ad altri sui colleghi. A cena ha preso un dessert con il capitano ed al tavolo c’erano altre persone che arrivavano ed andavano via. Alla fine l’hanno invitata ad  andare a vedere l’isola. La sua testimonianza assolve in parte Schettino. In plancia c’erano tutti gli ufficiali, lei era rimasta da una parte. Ad un certo punto un ufficiale ha sbagliato l’ordine del comandante. Quest’ultimo lo ha redarguito ed ha ripetuto l’ordine. Dopo pochi minuti è successo quello che è successo. Dopo il dramma, Domnica è rientrata in Moldavia e si conosce molto poco della sua vita attuale, se non attraverso qualche sporadica informazione attraverso quel che lei posta sui social. Nel 2016 avrebbe completato gli studi universitari a Chisinau. Poi si sarebbe data alla politica, ma senza successo. Attualmente si sa che fa l’opinionista per radio e tv. Negli anni scorsi ha aperto un blog, nel quale scrive in merito ad attualità e promuove campagne per il sociale. La sua principale attività consisterebbe, oggi, nella gestione di una fondazione a suo nome che si occupa di violenza contro le donne. Possiamo immaginare il racconto dei superstiti. Patrizia Perilli, giornalista di AdnKronos, la sera del 13 gennaio 2012 era a bordo di quella nave da crociera. Dall’entusiasmo del viaggio fino al momento dell’impatto. Le luci che si spengono, la gente che urla e scappa verso i ponti, le stoviglie a terra. Immagini e suoni che Patrizia non dimenticherà mai. Guido Honorati Broggi 

Di admin

Sergio Vessicchio blogger, youtuber, social media manager attivo per stampa televisiva, carta stampata, siti web, opinionista televisivo, presentatore, conduttore.

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