Giocatori troppo vecchi e troppo pagati per essere motivati a giocare decentemente. Anche i vari club italiani hanno fallito. Una sconfitta impossibile, quella contro la Macedonia del Nord. Tutto il calcio italiano deve trasformarsi.

Una generazione di bambini italiani non avrà la gioia di vedere la nostra Nazionale ai Mondiali. Nella migliore delle ipotesi, dal 2014 al 2026 passeranno 12 anni. Di certo non ci saremo il prossimo inverno in Qatar, dopo aver subito la sconfitta impossibile. Impossibile sembrava perdere contro la Macedonia del Nord, invece è successo quella sera a Palermo, dopo una partita brutta, ma dominata, con un gol subito al minuto 92, al primo tiro degli avversari. Otto mesi dopo la meraviglia del campionato europeo, vinto con merito e con un po’ di buona sorte, arriva la seconda mancata partecipazione di fila al Mondiale, con qualche demerito e molta sfortuna. Ne parleremo per anni. Vedremo se Roberto Mancini, l’eroe di Londra forse troppo riconoscente verso alcuni suoi calciatori, resterà alla guida dell’Italia.  Nei giorni scorsi l’allenatore ha spiegato che la delusione è troppo grande per parlare di futuro. Aldo Cazzullo sottolinea che di certo è un disastro. Borges ci ritira su ed afferma che ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, ricomincia la storia del football. La prima cosa da evitare adesso è il Grande Gesto di Mancini. Non servono martiri ora,  e nemmeno gentiluomini esasperati. Non è colpa di Mancini. E sarebbe un sacrificio inutile. Se vuole andarsene vada. Se qualcuno lo vuole cacciare, lo cacci. Ma il suo dovere è con la gente, un rapporto costruito in decine di partite senza sconfitte, e di radicamento, perfino di tanta retorica. Lui ha sempre detto  E non riesce a capire il che tutto non era per una notte, che è giusto andare avanti. La sua Italia è stato l’unico successo in mezzo a dodici anni di sconfitte e beffe terribili di tutto il nostro calcio. Non ricominciamo sempre da capo. Siamo dentro un momento così confuso da non poter dare torto o ragione a nessuno.

Oggi è già difficile capire cosa stia accadendo, uno strano tempo in cui il presente non c’è più e l’Italia sarà senza partite reali per più di un anno. Oggi non si può andare via, oggi si deve ragionare, capire che cosa rimane nel fondo del calcio italiano, serve una riflessione complessiva. Non ha perso solo l’Italia di Mancini, ha perso una straordinaria azienda nazionale che non sa più riconoscere se stessa. E non riesce a capire il perché di questo lungo declino. Lippi perse il Mondiale e coprì tutto con le sue dimissioni immediate. Prandelli uguale, Ventura anche. Non una spiegazione, non un parere. Non è dignità questa, è voglia di essere dimenticati in fretta, investire sul silenzio. Non abbiamo bisogno di una nuova fuga. Non vinca adesso la rabbia, non si aprano le vendette o i casi personali. Quelle sono cose da campionato, dove tutto muove e ritorna ogni domenica. L’Italia, però, è la somma di troppi sentimenti. Il commissario tecnico Mancini è stato più di un allenatore. Non è stato il tecnico ad essere sbagliato, è l’intero nostro calcio a non reggere più ed a fare troppa fatica. E’ sbagliata l’idea di calcio che è stata costruita per tutti noi da pochissime persone, questa specie di superlega italiana dove tanti diritti sono annullati e niente viene mai davvero discusso e cambiato. Siamo in un deserto dove stanno arrivando i tartari. Ancora sei mesi e le società non saranno più a maggioranza italiana. Abbiamo bisogno di rifondazioni continue, di continue nuove leggi che fermino per sei mesi sempre nuovi problemi. Nessuno, Mancini, costruisce più. Tutti scappano. Lei ha un contratto, lo rispetti. Noi capiremo. Se ricominciamo da uno possiamo arrivare al secondo scalino, poi, forse, al terzo. Abbiamo appena capito che lei non è una garanzia. Nessuno ci può salvare, abbiamo solo bisogno di un nuovo inizio. Ed abbiamo noi il diritto di scegliere, non lei. Questa è la vera responsabilità. E’ la Caporetto del nostro sport. Eliminati da una nazione la Macedonia del Nord, di cui molti non conoscevano l’esistenza. Un disastro che chiama in causa tutti: atleti, allenatore, staff, federazione ed il movimento calcistico nel suo complesso. La vittoria degli Europei non si cancella, è evidente. E nel calcio moderno basta perdere tre uomini decisivi, come Chiellini, Bonucci e Chiesa ed averne altri fuori forma, come Barella, Immobile, Jorginho per ritrovarsi con un esito opposto. Se il trionfo di Londra era frutto di una congiuntura astrale irripetibile, anche questo tonfo è il risultato di una serie pazzesca di occasioni perdute, di errori evitabili, di colpi di sfortuna. Lo sport nazionale, però, non può essere affidato al caso, perché poi, proprio quest’ultimo, il caso, ovviamente, ti volta le spalle. Il calcio italiano ha toccato il livello più basso di sempre. Peggio delle sconfitte con la Corea del Nord nel 1966 e con la Corea del Sud nel 2002. Peggio dei disastrosi Mondiali in Sudafrica ed in Brasile. La Nazionale  fuori dalla competizione più importante per la seconda volta consecutiva. Tutti i club eliminati dalla Champions già agli ottavi con quello più rappresentativo, la Juventus, sconfitta in casa 3 a 0 da una squadra che è settima nella Liga spagnola. Il Milan ha due centravanti che contano quasi ottant’anni in due. L’Inter campione d’Italia nella Premier inglese sarebbe forse ottava. E stiamo parlando di squadre dove gli italiani titolari sono due o tre al massimo. Non a caso nei momenti cruciali avevamo in campo l’attacco del Sassuolo. Buoni calciatori, ma del tutto privi di esperienza internazionale. E forse lo stesso Mancini, dopo la divina sorpresa in Inghilterra, ha perso concentrazione e si è compiaciuto troppo di sé stesso. Ma la Caporetto non ha mai un solo responsabile. Tutto il calcio italiano è da ripensare. Troppa tattica e poca tecnica. Stipendi troppo alti rispetto al valore ed al rendimento, poca cultura calcistica. E troppo potere ai procuratori. La parabola di Donnarumma che, per inseguire superstipendi ha lasciato il suo ambiente naturale ed è andato a cacciarsi nei guai, è, purtroppo, esemplare, Ora è arrivato il momento di ricostruire tutto, stadi e vivai, scuole e mentalità per i tecnici, partendo dai giovani, anche da quei nuovi italiani che quella sera sono mancati pure loro alla prova. Ricordando quello che diceva Borges e, cioè, che ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, ricomincia la storia del football. Guido Honorati Broggi

Di admin

Sergio Vessicchio blogger, youtuber, social media manager attivo per stampa televisiva, carta stampata, siti web, opinionista televisivo, presentatore, conduttore.

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