Sto leggendo in questi giorni commenti ed opinioni di intellettuali sulla rivalità tra i tifosi della Salernitana e quelli del Napoli. Professionisti, scrittori e docenti hanno esposto diverse chiavi di lettura, ponendo l’accento sulla trasformazione urbanistica di Salerno negli ultimi trenta anni, sulla voglia identitaria del popolo salernitano o ancora su una certa strategia politica di combattere il Napoli-centrismo nella regione Campania.

Sommessamente mi permetto di indicare che questa avversione da parte della tifoseria salernitana ha una radice esclusivamente calcistica e che non ha nulla a che vedere con motivazioni sociali o culturali, come qualcuno vuole far intendere accusando di provincialismo il popolo salernitano. Il problema è che chi parla di questo fenomeno non conosce quasi nulla delle dinamiche che caratterizzano il mondo del calcio. L’episodio cruciale che ha determinato una forte avversione dei tifosi granata verso i cugini napoletani risale al 22 giugno del 1994, quando la Salernitana, allenata da Delio Rossi, disputò la finale dei play-off per la promozione in serie B contro la Juve Stabia allo stadio San Paolo di Napoli. In quella occasione, molti tifosi del Napoli (non tutti, come ad es. Palummella, capo tifoso degli azzurri) si schierarono al fianco degli Stabiesi contro i granata. Fino a quel momento le due tifoserie avevano avuto un rapporto di rispetto, attesa anche la mancanza di incontri diretti.

Anzi, a Salerno, nei 25 anni consecutivi di serie C, vi erano tantissimi tifosi del Napoli. Nei saloni dei barbieri vi era la foto di Antonio Iuliano o il poster di Omar Sivori. Le rivalità tra le tifoserie esistono in tutta Italia e sbaglia chi vuole trasferire al di fuori del contesto calcistico le offese o i cori oltraggiosi. A Torino, i tifosi granata festeggiano quando la Juventus viene eliminata dalla Champion ed a volte invocano una nuova Superga. Ma tutto resta circoscritto nei 90 minuti della partita. Il calcio è così! E’ inutile sforzarsi di individuare motivi legati all’ignoranza, al razzismo ecc. ecc. I tifosi tutti, senza distinzioni sociali, culturali, di sesso o anagrafiche, quando sono allo stadio amano la propria squadra e l’avversario va sconfitto sempre e comunque. Trasferire le rivalità calcistiche in contesti socio-culturali è sbagliato e soprattutto c’è il rischio di allargare i confini del “conflitto” ad altri settori della società. Luciano Provenza

Di admin

Sergio Vessicchio blogger, youtuber, social media manager attivo per stampa televisiva, carta stampata, siti web, opinionista televisivo, presentatore, conduttore.

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