SALERNITANA PARLA IL PORTIERE DELLA FINALE PLAYOFF DEL 2011: “MAI TOCCATA LA COCAINA” ORA FA IL CAMIONISTA
L’ex portiere del Messina: “Sorteggiato 4 volte di fila all’antidoping: strano no? Se avessi patteggiato avrei preso 6 mesi, ma ero innocente. Eppure non mi hanno mai fatto le controanalisi. Ora guido 10 ore al giorno e sono felice”
Nicholas Caglioni ha scelto una seconda vita alla Lincoln Hawk, alias Sylvester Stallone, il camionista di “Over the Top” che diventa campione di braccio di ferro. Nicholas, 43 anni, ex portiere passato per Atalanta e Messina in Serie A, squalificato due stagioni per cocaina nel 2007, il suo sogno l’ha visto sfumare “ingiustamente”, come sostiene da tempo. Ha smesso nel 2019 dopo quasi trecento partite tra i professionisti. Oggi s’è reinventato camionista.
“Mi fa schifo, ho chiuso. Non guardo neanche più le partite. E poi la vita del professionista di oggi mi aveva stufato. L’ho capito a Salò, in Serie C: video analisi, dietologo, nutrizionista, psicologo. Sembrava una clinica”.
Come mai ha iniziato a guidare un camion?
“Era il lavoro di mio padre. Dopo il Covid ho preso le patenti e ho iniziato. Giro l’Italia e l’Europa: da Nembro, dove sto io, un paesino in provincia di Bergamo, fino a Lione e alla Germania, più il sud Italia. Trasporto soprattutto cibo. Guidare mi rilassa”.
L’ha fatto per problemi di soldi?
“No, anzi. Non ho mai guadagnato chissà quanto ovviamente, ma non li ho sperperati”.
Com’è la sua giornata?
“Guido almeno 8-10 ore al giorno. Sto fuori dal lunedì al venerdì, poi rientro per stare con mio figlio di due anni. La vita da calciatore non mi manca affatto”.
Ma quante volte, mentre guida, ripensa ai tempi andati?
“Ogni tanto. Mi vengono in mente i ritiri, gli scherzi, gli aneddoti. E ovviamente i rimpianti legati alla mia storia”.
Problemi di soldi? No, guidare mi rilassa. Il calcio di oggi mi fa schifo, non lo guardo più”Nicholas Caglioni
Nel 2007, ai tempi del Messina in A, risultò positivo alla cocaina dopo un controllo antidoping alla fine di Catania-Messina. Come andò?
“Non l’ho ancora capito. Giocammo l’11 per via della morte dell’ispettore Filippo Raciti. Eravamo in ritiro da tre giorni, si rende conto dell’assurdità della cosa…».
Come lo scoprì?
“L’11 marzo, dopo Chievo-Messina. Avevo parato un rigore a Pellissier, ero a casa coi miei e stavo uscendo. Argurio, il d.s. , mi chiamò: ‘Sei stato trovato positivo alla cocaina’. ‘Ma stai scherzando?’, dissi. Entrai nel panico più totale”.
Ma lei ne ha mai fatto uso?
“Mai. Amavo fare serata come un normale calciatore di vent’anni, certo, ma non l’ho mai toccata”.
E come si spiega la positività?
“Forse davo fastidio a qualcuno”.
Vuole dire che i risultati sono stati scambiati?
“Non so, ma qualcosa è successo. Io ero in camera con Marco Storari. Disse che per lui ero come un fratello e che non avrei mai fatto una cosa così. Il bello è che se avessi patteggiato avrei preso sei mesi e amen. Invece io ero e sono innocente, per questo scelsi di andare a processo”.
Ha chiesto le controanalisi?
“Certo, ma non me le hanno mai fatte. La mia unica spiegazione è che ero scomodo: avevo appena rinnovato il contratto di tre anni, dicevo sempre ciò che pensavo, ero diretto, spontaneo, sincero. E proprio in quel periodo, magicamente, è successo questo. E c’è anche un’altra cosa…”.
Prego.
“I controlli antidoping sono a sorteggio. Io uscii quattro volte di fila. Strano, no? Avevo 21 anni, ero diventato titolare. Mi hanno rovinato la carriera”.
C’è da dire che aveva giocato solo 11 partite in A.
“Magari c’era qualcuno più famoso da proteggere”.

Caglioni in azione. Getty
Cos’ha fatto durante lo stop?
“Ho giocato a calcio a 7 con una squadra del mio paese, come attaccante, poi mi allenavo tutti i giorni. Ma non sono più tornato in Serie A. Mi hanno voltato le spalle in tanti, anche gente che prima era sempre intorno a me”.
Senza la squalifica dove sarebbe arrivato?
“Sarei rimasto in Serie A. Nel 2007, quando Storari andò al Milan, un addetto ai lavori mi disse che in realtà i rossoneri volevano me”.
Quanto è stato difficile ripartire?
“Nel 2009 rientrai con la Pro Patria, in C. E da lì in poi ho sempre giocato, anche in Serie B: Modena, Crotone, Lecce, Feralpi, Salernitana. Qui perdemmo la finale playoff per salire in B con una squadra senza soldi, senza stipendi, dove pagavamo i ritiri di tasca nostra ai più giovani. Contro il Verona, in finale, da bergamasco mostro la maglia con scritto ‘Odio Verona’. Fui multato e squalificato. Non me n’è mai importato niente”.
C’è qualcosa che le ha fatto male?
“Dopo la squalifica ero sempre sorteggiato per l’antidoping, guarda caso. Una volta vennero in tre in campo, mi trattarono come se fossi un criminale”.
Ora i ricordi migliori: Messina?
“Mettevamo paura a chiunque, con Mutti come condottiero. Oggi giocheremmo in Europa”.
Lei ha avuto anche il primo Allegri…
“All’Aglianese, in Serie C2, stagione 2003-04. Avevo vent’anni, ma per lui ero un figlioccio. ‘Guai a chi mi tocca Nicholas’, diceva. Gianluca Sordo ci raccontò di quando aveva mollato la sposa all’altare. E poi ci raggiungeva in ritiro due ore dopo, in macchina, per conto suo”.
Una sliding doors di mercato?
“L’anno dell’Aglianese mi cercò il Cagliari. ‘Vai a Milano, Cellino ti vuole’, mi disse Allegri. Rimasi in albergo almeno dieci ore. Non arrivò mai”.
Oggi ha ritrovato la felicità?
“Assolutamente sì. Non provo più rabbia, ormai è andata così. Ma la cocaina non l’ho mai toccata”.
